IL LUOGO DELLA MEMORIA.POLVERIERA: LO SCOPPIO
a cura della Redazione
foto di Giandomenico Terzoli
Una comunità che non serba la memoria
del proprio passato non potrà mai
guardare con fiducia al futuro.
La proposta di ricordare le Vittime del Lavoro Tainesi
presentata dal nostro giornale nel precedente numero ha incontrato
l'approvazione di molti lettori che ci hanno richiesto, proprio in relazione al
tema del lavoro, di ricordare e far conoscere, soprattutto ai più giovani, la
storia della Polveriera e l'importante ruolo che questa fabbrica ha avuto nella
vita della gente di Taino per quasi sessant'anni. Volentieri rispondiamo a
questa richiesta anche se già altri articoli e pubblicazioni hanno riportato
notizie relative a questa azienda (*).
Riprendiamo ora il discorso in modo diverso e inedito
ricostruendo gli aspetti più significativi della lunga vita della Polveriera
attraverso i ricordi e i racconti degli stessi protagonisti che in questa
fabbrica hanno trascorso moltissimi anni della loro vita.
L'ampiezza dell'argomento non ci consente di esaurire
questo tema in un solo articolo. Iniziamo con le prime testimonianze raccolte.
Esiste una zona fra storia e memoria, fra passato come
archivio generale e il passato come parte dei ricordi personali. E' in questa
zona che ci addentriamo per ricostruire l'episodio più drammatico della storia
della Polveriera con l'aiuto di Carla Tonella che nella fabbrica ha lavorato per
quarant'anni, iniziando giovanissima nel 1933. La Polveriera è stata il perno
intorno al quale ha ruotato tutta la sua vita: da lì è venuto il suo grande
dolore: la perdita della madre nello scoppio del 1935; le sue soddisfazioni:
essere stata premiata come "la più giovane anziana" di tutto il
gruppo Montecatini nel 1958; le sue delusioni: la definitiva chiusura della
fabbrica che lasciò per sempre a mezzzanotte del 25 novembre 1972.
Alle 14,30, nel calmo pomeriggio estivo, risuonò
improvvisamente un immenso boato.
Carla realizzò nell'istante stesso in cui lo udì
che vi era stata una esplosione e, istintivamente, insieme alle compagne
di lavoro, si lanciò all'aperto, corse via e scavalcò il cancello che separava
lo stabilimento dalla zona esterna. Ad un tratto si fermò, si chiese:
"dov'è mia madre"; terrorizzata ritornò sui suoi passi, riscavalcò
il cancello e affannosamente si diresse verso il luogo dello scoppio che era
avvenuto proprio nel reparto imballaggio dove lavorava sua madre. Era sconvolta,
gli operai correvano verso le uscite, alcuni con il volto sanguinante,
altri che urlavano e piangevano.
Altri particolari di questo tragico episodio sono rimasti
fissati per sempre nella sua memoria, tutti dolorosissimi: il corpo della madre
straziato, ma con il volto ancora riconoscibile, uno dei pochi; brandelli di
carne umana ovunque, perfino sugli alberi e il suono continuo e cadenzato delle
bindelle del falegname Movalli - il cui laboratorio era davanti a casa sua -
dove anche di notte lavorarono nei giorni successivi allo scoppio per costruire
le casse ove riporre i poveri resti delle 35 vittime.
Per Carolina Tonella e il suo capo officina, Giuseppe
Mira, fu una vera fatalità, solo un ritardo di pochi secondi li avrebbe salvati
dalla morte. Dal racconto di un testimone si seppe che la madre di Carla poco
tempo prima dell'esplosione era uscita dal fabbricato e si era diretta alla
palazzina uffici per chiamare il capo officina Mira di cui si aveva bisogno.
Dagli uffici ripercorse insieme a lui la strada verso il
suo reparto. Lungo il tragitto furono raggiunti dall'operaio Piscia che richiese
al capo officina dei chiarimenti su un disegno. I due uomini si fermarono per
qualche istante sul terrapieno, Carolina Tonella proseguì. Giuseppe Mira si
chinò e fece dei segni sul terreno per chiarire i dubbi dell'operaio, poi lo
lasciò, passò oltre il terrapieno e varcò la porta del fabbricato
imballaggio: esattamente in quell'istante avvenne l'esplosione e ben poco di lui
e degli altri sedici tainesi che lì lavoravano fu ritrovato.
Carla Tonella, dopo questa grande disgrazia, avrebbe
potuto lasciare la Polveriera come fece la sua amica Giuseppina Bielli
spaventata da tutto quello che aveva visto. Ma non lo fece e continuò a
lavorarci per altri 38 anni provando un sentimento di affetto per il lavoro, i
compagni, i dirigenti. E' sempre esistito infatti un legame particolare tra i
tainesi e la Polveriera: un sentimento misto di amore e paura, di orgoglio e
soddisfazione. "Eravamo una grande famiglia" sono le parole che spesso
ripetono gli ex-dipendenti con fierezza e tra i lavoratori vi era grande
solidarietà, la solidarietà che nasce dal pericolo, un valore grande che i
Tainesi non hanno mai dimenticato.
Serena Mira che lavorò per 29 anni nel reparto miccia,
uno dei più pericolosi, ancora oggi ricorda con tanto affetto il suo posto di
lavoro. "Sono stata fortunata" dice "non mi è mai capitato
niente, ogni mattina però, prima di mettermi al lavoro, mi facevo il segno
della croce, non ero certa che sarei tornata a casa alla sera dalla mia bambina,
poi però non ci pensavo più" e, per otto ore, in turni alterni, lavorava
al caricamento delle micce, chiusa da sola per sicurezza in un gabbiotto dove
seguiva con la massima attenzione il filo sottile che si copriva di polvere
nera, altamente esplosiva, e se il filo si spezzava durante il bagno nel
catrame, infilava le mani nella bacinella e riagganciava il filo. Il ritmo di
lavoro era intenso, bisognava rispettare i termini di consegna, soprattutto nel
periodo dei lavori per il traforo del Monte Bianco per il quale la Polveriera di
Taino produsse chilometri e chilometri di miccia detonante.
Meno fortunata è stata Genoveffa Ballarini, operaia del
reparto caricamento che subì due infortuni. Il primo accadde pochi giorni dopo
la sua assunzione, il 10 febbraio 1939. Un suo collega pressava la polvere
dentro la tramoggia e questa esplose. L'uomo rimase ucciso, Genoveffa che era
vicino a lui fu ferita alla schiena, la spinta dello scoppio le causò la
frattura di due costole.
Il secondo incidente le accadde tre anni dopo, nel 1942.
La polvere esplose sul suo tavolo di lavoro mentre la pressava nelle palmelle.
Il tavolo di appoggio andò in mille pezzi ferendole gravemente le gambe e la
polvere nera ricoprì tutto il suo corpo, solo gli occhi furono protetti dal
braccio che istintivamente aveva alzato. Le ci volle un anno di cure per
riprendersi dalle ferite. Malgrado queste brutte esperienze Genoveffa continuò
a lavorare in Polveriera per altri 30 anni perchè dice "nonostante il
pericolo il mestiere mi piaceva, non era un lavoro faticoso, si provavano grandi
soddisfazioni, nel mio reparto eravamo tutte donne e sempre insieme in
amicizia".
Con il passare degli anni il dolore per le vittime e i
mutilati (alcuni lavoratori hanno perso la vista, altri un braccio o le dita
delle mani) si è ovviamente attenuato e anche la paura e la delusione per i
posti di lavoro perduti con la chiusura della fabbrica sono oggi un lontano
ricordo. Però, per le implicazioni affettive, per quello che ha significato e
per quello che i tainesi hanno pagato in termini personali, la Polveriera non può
essere dimenticata: essa è parte integrante della memoria collettiva e il luogo
ove sorgeva merita di essere conservato con il massimo rispetto.
(*) Sulla Polveriera sono rintracciabili notizie in:
- E.Varalli- S.Stefano Protomartire-1980, pag.193-206
- Taino Arte e Storia 1892-1992, pag.120-127
- L.Tirelli- Taino 1895-1995 dall'asilo infantile alla
scuola
materna
Maria Serbelloni:uno sguardo su cento anni di storia
tainese,
pag.13,17,18,25
- Taino ritrovare le radici cogliere l'incanto-1996,
pag.135-155
- La Voce del Dumin 5/95 pag.20-23
- La Voce del Dumin 1/97 pag.38